"Distruggo le loro anime sacrificando cadaveri nel fuoco. Sono sempre convinti che sono l'uomo venuto a salvarli. Ma si sbagliano. Io sono l'uomo venuto a condannarli."
Burn!!!
foto di Komno Photografy
mercoledì 16 aprile 2014
Old Matthew's leaving
-Testo di Rumigal
-Foto di copertina di Komno Photografy
Succede, quando si è vecchi, che gli addii si fanno più struggenti. Quando si è giovani dopotutto c'è sempre il tempo di rivedersi. Quando si è giovani il mondo è piccolo.
Quando si raggiunge la mia età invece, il rapporto con il futuro, con il tuo futuro, quando smette di essere un concetto astratto fatto di possibilità, per diventare qualcosa di molto concreto, fatto di giorni e non più di anni, ecco questo rapporto cambia.
Inizi a dare più importanza agli addii, perché diventano sinceri. Quando qualcuno va via e quando magari se ne va lontano, beh... sai che difficilmente lo rivedrai.
Per esempio, quando ero piccolo, ricordo lo sguardo di mia nonna, quando qualcuno moriva. Che fosse un parente, o qualcuno che neanche conosceva, aveva questi occhi pieni di lacrime, la voce rotta. E mi sembrava esagerato, ad essere onesti. Sono dovuto invecchiare per capire cosa si nascondeva dietro quelle lacrime.
Stamattina, quando mi sono svegliato, pensando che sarebbe stato il mio ultimo giorno in questa Città, ti confesso che ho pianto. Non che ci abbia ripensato, eh, non si tratta di questo. Non sarei qui altrimenti, e di sicuro non starei bevendo questo schifosissimo Gin.
E' che sono un vecchio, tutto qua. E so che non la rivedrò mai più, questa vecchia Città.
"Le persone che aiuto ad andar via da qui, beh...", fa l'uomo incappucciato.
Non sono come me, eh? Vuoi dire questo? Immagino tu abbia ragione. Chi altri farebbe ciò che ho deciso di fare a più di 70 anni?
Ma sono stanco di essere considerato come un vecchio. Per carità, non sono uno di quelli che pensano che la vita inizi con la terza età. Puttanate.
Mi riferisco al modo in cui i tuoi figli iniziano a considerarti dopo un certo punto. Come se tu non potessi più farcela da solo. Allora iniziano a voler fare qualcosa per te. Iniziano a dirti che forse non è il caso di continuare ad abitare da solo.
"E tua moglie?"
Oh, mia moglie, Helen, è morta sei anni fa. Tumore alle ossa. Una cosa terribile, davvero. Ha sofferto più di quanto chiunque meriterebbe, te lo assicuro. E di sicuro, lei non lo meritava. Immagino che sia stato questo a cambiarmi, a farmi pensare credo. I miei figli hanno deciso che non potessi più stare solo, mentre io ho iniziato a pensare che la solitudine a volte è l'unica cosa sensata per gli esseri umani. Probabilmente pensano che io sia impazzito. Ma te lo assicuro, non è questo. Come ti dicevo prima, quando ti fai vecchio, gli addii si fanno più struggenti. E niente lo è stato più che dire addio a Helen, che è morta tra le mie braccia.
Gli ultimi anni li ho passati cosi, a vedere le persone intorno a me andare sempre di fretta per cose la cui importanza continuava a sfuggirmi. Succede quando conosci la sofferenza, di vedere il tempo rallentare, e sono sicuro che tu ne sappia qualcosa, altrimenti non faresti questo strano lavoro, no?... non rispondi, ma non serve, non ti preoccupare. Dopotutto non mi importa neanche. Non ci vedremo più, e neanche ti conosco. Mi interessa solo sapere che da domani nessuno mi cercherà più e potrò vivere questi pochi anni che mi restano senza dover essere considerato un incapace da chi mi circonda. Almeno questo.
E i miei figli potranno tranquillamente smetterla di preoccuparsi per me. Quando Helen è morta non ci hanno messo molto ad andare avanti con le loro vite. Siamo stati bravi genitori, non ho dubbi su questo... ma immagino che per un figlio, per quanto possa essere attaccato ad un genitore, sia normale vederlo morire. E anche per un vecchio come me dovrebbe esserlo ma...bah, il Gin è finito. Sono tre bicchieri no, la regola è questa?
"Si."
Allora possiamo anche andare. Ho parlato a sufficienza.
E' ora di dire addio a questa vecchia Città, adesso.
martedì 8 aprile 2014
Nothing/Everything
-testo di Rumigal
-foto di Komno Photografy
E' questo il momento in cui tutto mi scorre davanti, come fosse un film. Cristo, questo è il momento in cui sto per morire e rivedo tutto.
L'autobus è appena arrivato. Ho i biglietti in mano e i documenti che mi ha dato l'uomo incappucciato. Sulla carta di identità c'è il mio nuovo nome.
"Dylan Medley"
Non mi piace molto a dir la verità. Sembra un nome da telenovela. Ma immagino che a questo punto non ci sia molto di cui lamentarsi.
Non mi resta che salire sull'autobus, che mi porterà lontano da questa Città, che mi porterà dove le cose saranno migliori.
Ma di che cazzo sto parlando, in fondo? L'ho capito appena l'uomo incappucciato si è seduto accanto a me. Era tutta una gigantesca cazzata, quello che stavo facendo. Però arrivi ad un punto in cui le cose sono talmente incasinate che cercare di aggiustarle è una cazzata cosi come il fuggire via.
Devi solo scegliere la strada che ti fa un po meno schifo. E conviverci. Come adesso. Sedersi su questo autobus e osservare la Città di notte, ripensare a ciò che ho deciso di abbandonare per sempre, di cancellare.
Credo che a volte però le cose siano più semplici, se si cambia punto di vista.
Dopotutto, se le cose che sto lasciando fossero più importanti, fossero migliori, non le lascerei, no?
E' come una specie di sacrificio. Bruciare il mio passato per la promessa di un futuro migliore.
Le porte dell'autobus si chiudono. Partiamo.
Mi sembra di essere solo un sasso gettato in un fiume.
Guardo la foto di mia figlia, l'unica cosa da cui non sono riuscito a staccarmi. Da quando io e mia moglie abbiamo divorziato non la vedo quasi più. E quando sono piccoli, hanno bisogno di vederti, i bambini, di sentirti. Perché non capiscono cosa succede. Cazzo, non lo capiamo neanche noi in fondo.
Oggi, prima di uscire, ho cercato di scriverle qualcosa. Una lettera, che magari un giorno avrebbe potuto fungere da risposta a quelle domande che sicuramente avrà.
Ma è per lei che sto andando via. Lei non dovrà crescere con un uomo che a quarantacinque anni ancora non ha trovato il proprio posto nel mondo.
Mike mi diceva sempre di quanto fossi fortunato ad essere cresciuto senza genitori. Considerando che la maggior parte dei genitori che conoscevamo, compresi i suoi, erano dei nevrotici che rovinavano la vita ai figli, mi ripeteva sempre che mi invidiava.
"Tu almeno potrai decidere che cazzo fare della tua vita, senza che nessuno ti imponga una strada piuttosto che un'altra. Mio padre, sai che mi ha detto? Che posso anche dimenticarmi di andare all'università. Si è già messo d'accordo con il suo capo. Appena finirò il liceo, ho già un lavoro assicurato presso la sua agenzia immobiliare."
Mike l'ho anche rivisto, qualche settimana fa. Cristo, è ingrassato di almeno duemila chili. Dice che è lo stress.
"Tu invece come te la passi? Non sei cambiato per niente, sai?"
Mi è venuto da ridere. E' vero. Non sono cambiato neanche un po. Sono esattamente com'ero a 18 anni. Che poi è questo il motivo per cui Veronica, la mia ex-moglie, è andata via, portandosi via nostra figlia. Diceva che non ero in grado di crescere una figlia, se io stesso ero solo un bambino nel corpo di un adulto.
Ci è voluto molto per accettare che avesse ragione. Dio, se l'ho odiata. L'ho odiata da morire. E poi ho capito che in fondo aveva ragione. Starmene a casa da solo, quando tornavo da un lavoro che mi era capitato per le mani uscito da una università che avevo scelto perché era vicino a dove abitavo, ecco, mi dava molto tempo per ripensare a tutto.
Quanto cazzo poteva fregarmene in fondo? Mi sembrava tutto cosi uguale, all'epoca. Scegliere un'università piuttosto che un'altra, o magari iniziare a lavorare come Mike. Che differenza poteva fare?
E quando Veronica è rimasta incinta, dopo il matrimonio, ho pensato, ho sperato che potesse cambiare qualcosa. Ci ho davvero sperato, piccola. Ma non è cambiato niente.
Non è cambiato assolutamente niente.
martedì 1 aprile 2014
Compromessi
-foto di Marìka Moretti
Oggi sono andato a prendere mio figlio a scuola. Per tutto il viaggio di ritorno in macchina non ci siamo scambiati una sola parola. Credo che lui abbia parlato di qualcosa, in realtà. Ma non ho sentito niente. Avrei voluto dirgli che quello sarebbe stato il nostro ultimo viaggio in macchina padre e figlio visto che da questa sera morirò.
Un bicchiere di Gin, grazie.
Quando avevo ventidue anni, e finalmente riuscii ad andar via dall'Università che i miei mi avevano costretto a seguire, ero convinto che avrei finalmente potuto assaggiare la libertà che credevo mi fosse stata rubata per troppo tempo.
Mio padre mi diceva sempre che prima di essere persone siamo cittadini, e che il nostro compito è dunque migliorarci nell'interesse della comunità.
Stronzate.
Che senso ha annullarsi totalmente per un qualcosa che in fondo di te non ha davvero bisogno?
Sono sempre stato un tipo ribelle, non mi è mai piaciuta l'idea di finire nella massa di falliti che riempiono questa Città.
Ma le cose ti sfuggono di mano. Credi di avere potere su quello che succede, ma la realtà dei fatti è come bere questo bicchiere di Gin. Ti viene da vomitare quando ormai lo hai già buttato giù.
Ecco, finisci l'Università, finalmente ti senti pronto a vivere il sogno, ad essere libero. Nessuno che deve più costringerti a seguire una strada piuttosto che un'altra. Ci sei tu, e il mondo. Ma poi capisci che di sogni non si vive. Hai bisogno di soldi. E scendi a compromessi con la vita, la stessa vita che per pochi secondi di pura pazzia hai pensato di poterti lasciare alle spalle. Sono i compromessi che ci fregano sempre, ma lo capiamo quando ormai stiamo pagando un mutuo per una casa di cui non riconosciamo l'odore.
Quando ci penso, mi sembra che tra i ventidue anni e i trentacinque che ho adesso, sia passato solo un secondo. Eppure ne ho fatte di cose. Sono riuscito a trovare un buon lavoro, ho una bella casa in centro dove vivo con mia moglie e mio figlio Alfred.
Alfred, come mio padre. Ironia? Debolezza? Che ne so. Un'altra di quelle cose che sembrano essere accadute nel secondo passato tra i ventidue e i trentacinque anni. So che adesso mio figlio ha lo stesso nome del compromesso più grande della mia vita. Quello con mio padre. Ma non saprei come è stato possibile arrivare a questo.
Prendo questo secondo bicchiere di Gin e non riesco a sentirmi in colpa. Da domani io sarò morto. Andrò via da questa Città e mio figlio avrà una tomba su cui piangere quel fallito di suo padre. Sempre meglio che dovermi guardare in faccia ogni giorno per il resto della sua vita. E mio padre... Continuerà a vivere pensando che suo figlio è morto andando a sbattere contro un muro dopo essersi ubriacato. E lo so, sono sicuro che una parte dentro di lui capirà che è colpa sua, delle sue pressioni, delle sue ambizioni per me. Hai visto dove mi hanno portato, brutto pezzo di merda?
Dammi un altro bicchiere. Dammi il terzo bicchiere di Gin, che poi vado via, finalmente sarò libero!
Mio padre mi diceva sempre che prima di essere persone siamo cittadini, e che il nostro compito è dunque migliorarci nell'interesse della comunità.
Stronzate.
Che senso ha annullarsi totalmente per un qualcosa che in fondo di te non ha davvero bisogno?
Sono sempre stato un tipo ribelle, non mi è mai piaciuta l'idea di finire nella massa di falliti che riempiono questa Città.
Ma le cose ti sfuggono di mano. Credi di avere potere su quello che succede, ma la realtà dei fatti è come bere questo bicchiere di Gin. Ti viene da vomitare quando ormai lo hai già buttato giù.
Ecco, finisci l'Università, finalmente ti senti pronto a vivere il sogno, ad essere libero. Nessuno che deve più costringerti a seguire una strada piuttosto che un'altra. Ci sei tu, e il mondo. Ma poi capisci che di sogni non si vive. Hai bisogno di soldi. E scendi a compromessi con la vita, la stessa vita che per pochi secondi di pura pazzia hai pensato di poterti lasciare alle spalle. Sono i compromessi che ci fregano sempre, ma lo capiamo quando ormai stiamo pagando un mutuo per una casa di cui non riconosciamo l'odore.
Quando ci penso, mi sembra che tra i ventidue anni e i trentacinque che ho adesso, sia passato solo un secondo. Eppure ne ho fatte di cose. Sono riuscito a trovare un buon lavoro, ho una bella casa in centro dove vivo con mia moglie e mio figlio Alfred.
Alfred, come mio padre. Ironia? Debolezza? Che ne so. Un'altra di quelle cose che sembrano essere accadute nel secondo passato tra i ventidue e i trentacinque anni. So che adesso mio figlio ha lo stesso nome del compromesso più grande della mia vita. Quello con mio padre. Ma non saprei come è stato possibile arrivare a questo.
Prendo questo secondo bicchiere di Gin e non riesco a sentirmi in colpa. Da domani io sarò morto. Andrò via da questa Città e mio figlio avrà una tomba su cui piangere quel fallito di suo padre. Sempre meglio che dovermi guardare in faccia ogni giorno per il resto della sua vita. E mio padre... Continuerà a vivere pensando che suo figlio è morto andando a sbattere contro un muro dopo essersi ubriacato. E lo so, sono sicuro che una parte dentro di lui capirà che è colpa sua, delle sue pressioni, delle sue ambizioni per me. Hai visto dove mi hanno portato, brutto pezzo di merda?
Dammi un altro bicchiere. Dammi il terzo bicchiere di Gin, che poi vado via, finalmente sarò libero!
"3 gin lisci bruciano come l'inferno".
La voce mi richiama in questo bar. Per alcuni secondi mi sembra quasi di essere lontano da qui, lontano da ciò che sto per fare. Non so dire quanto i tre Gin influiscano su questa sensazione.
So cosa devo dire.
"Solo chi è stato all'inferno può saperlo"
La voce credo mi esca impastata. L'uomo accanto a me, incappucciato e con occhiali scuri, si alza e mi fa cenno di seguirlo.
I nostri passi rimbombano attraverso l'oscurità di questi vicoli. Gli edifici sembrano non avere fine, e coprono tutto.
L'uomo incappucciato mi parla, mentre cammina velocemente. Capisco la meta di quello che dice. Alfred avrebbe paura a stare qui, penso per qualche istante, prima di rendermi conto che siamo arrivati al terminal degli autobus.
”Conosco il tuo volto, ma tu non conosci il mio. Se ti rivedo per queste strade, ti ammazzo."
Come...? Mi viene da dire.
Ho una borsa in mano. Dentro ci sono dei documenti, un biglietto.
Guardo l'autobus fermo, pronto a partire. L'uomo incappucciato va via.
Come sono arrivato qui?
lunedì 24 marzo 2014
Figure sullo sfondo
-testo di Rumigal
Sammy guarda il piccione in mezzo alla strada. Quando era piccolo sua madre gli aveva raccontato di una sua amica che si era ammalata per via degli escrementi dei piccioni.
Cosi ne aveva sempre avuto paura.
“Sammy, ma che diavolo fai?”
Il vocione di Greg lo richiama al mondo. Si avvicina lentamente e grida all’improvviso. Il piccione vola via.
“Allora, cosa abbiamo qui? Il solito?”
Qualunque sia la scena su cui si trovano, Greg dice sempre questa frase. Sembra che per lui nulla sia mai diverso dal “solito”.
Pero’ in questo caso non ha tutti i torti. Dalla macchina esce ancora del fumo. Ha preso fuoco dopo essere uscita fuori strada ed essersi schiantata contro il muro che circonda la vecchia fabbrica abbandonata. Il corpo del conducente, irriconoscibile.
“Sappiamo già chi è?”, fa Sammy, mentre guarda la fila di giornalisti accalcati oltre le transenne.
“Si, per fortuna sono riusciti a spegnere l’incendio in tempo, e hanno recuperato la targa. Paul Chapman, lavorava presso un’assicurazione. Sposato, niente figli. Non pare avesse mai manifestato tendenze suicide, o depressione. Insomma, sembra sia la solita storia.”
Sammy guarda il lungo muro che corre parallelo alla strada, pieno di scritte, crepe e segni dei vecchi incidenti.
“E dunque con questo siamo a…”
“...15”, finisce Sammy.
Greg getta il bicchiere di caffè a terra. “Gesù, quindici. Ma che cazzo. Si puo’ sapere che diavolo sta succedendo a questa Città? E’ possibile che non abbiano di meglio da fare che venire a piantarsi contro questo muro?”
“Ognuno passa il tempo come puo”.
“Ehy, detective, dacci qualcosa!”.
Sammy si volta verso i giornalisti e i curiosi. Riconosce la voce. Jaimie Russel. Si occupa di questa storia sin dall’inizio ed è stato il primo a chiedersi se non fosse il caso di iniziare ad indagare più a fondo.
“E cosa dovrei dirvi? Sembra il solito incidente, purtroppo. La macchina era intestata ad un uomo chiamato Paul Chapman. Stiamo avvertendo la moglie.”
Jaimie sorride e si allontana velocemente, mentre Sammy torna a guardare le macchie sul muro.
Da questa strada non passa più nessuno da quando la fabbrica è stata abbandonata nel 1990. Era usata principalmente dagli operai che venivano a lavorare qui, e dopo non avrebbe avuto senso usarla.
Il colpo inferto alla Città era stato tremendo. Certo, si sapeva da tempo che la fabbrica avrebbe chiuso, quindi fortunatamente era stato fatto tutto il possibile per attutirne gli effetti. Ma per alcune famiglie le conseguenze erano state comunque disastrose. Gente che aveva perso molto, per ottenere poco. Anche il padre di Sammy aveva lavorato li per anni per ritrovarsi nella merda come tutti.
Il fatto è che non è il posto scelto per venire a schiantarsi il problema. Posto isolato, intimo. Dove magari venire a farla finita dopo aver bevuto tutta la sera.
Ma è impossibile non pensare che ci sia qualcosa dietro. Le coincidenze esistono, certo. Ma quindici coincidenze sarebbero troppe per chiunque.
“Russel è già scappato. Probabilmente andrà dritto dalla moglie di Chapman”, dice Greg ridacchiando.
Sammy lo guarda e sorride a sua volta.
Un’altra delle cose bizzarre dei casi della Strada del Fuoco, come i giornalisti li avevano ribattezzati, sono le reazioni delle mogli o dei figli.
Pensi che la morte di un marito o di un padre per combustione possa scuotere i familiari.
Invece la maggior parte delle volte sembrano più infastiditi dalla situazione. Greg dice che non c’è da sorprendersi se a qualcuno viene voglia di darsi fuoco.
“Se mia moglie fosse frigida la metà di quelle donne, mi darei fuoco anche io”
E non ha tutti i torti. Le loro vite sembrano tutte uguali, delle fotocopie. Esistenze mediocri, senza via di fuga. Lavori normali, pochi hobby se non nessuno, pochi amici. Figure sullo sfondo insomma. Chi ne sentirà la mancanza?
“Direi che qui abbiamo poco da fare. Io me ne torno a casa”, fa Greg sbadigliando.
“Si, tranquillo. Io faccio un salto dalla moglie di Chapman.”
“Eh eh, vai, e fammi sapere se per una volta abbiamo una moglie che si strappa i capelli all’idea di seppellire il marito carbonizzato”.
Il bello di guidare di notte è che le distanze sono come diluite. Attraversare la Città in un battito di ciglia, come il cambio di scena in un film. Non doversi preoccupare del traffico, o delle distanze. Dei semafori, degli incroci. Solo di notte puoi apprezzarle, queste strade, riflettere sulla loro struttura apparentemente disordinata, trovare invece un ordine in quello che durante il giorno sembra solamente un caos senza fine.
Vede dei ragazzi seduti su una panchina, delle bottiglie poggiate a terra. Osserva le luci dietro una finestra di un palazzo spegnersi. Un uomo scende chiude la portiera di una macchina e va verso un portone.
Poi arriva all’indirizzo di Chapman. Resta qualche minuto in macchina, prima di andare da lei. Inizia ad avere sonno. Per fortuna non ci vorrà molto.
“Di preciso, agente, perché è qui?”
La signora Chapman è bella. Si porta dannatamente bene i suoi 43 anni. Ha uno sguardo severo, e non solo perché questa notte sarebbe potuta andare diversamente. Mani curate, di chi non le usa certo per lavorare. Ha specificato il suo nome da nubile, nel momento in cui Sammy si è presentato.
“Mi è stato detto che Paul è morto in un incidente, sulla Strada del Fuoco. Quindi cosa dovrei dirle?”
Sammy la osserva per qualche secondo, cercando di capire come sia possibile una reazione del genere, anche se dopotutto non dovrebbe più essere sorpreso.
“Quello di cui è stato vittima suo marito sembra essere identico agli altri incidenti. Niente sembra indicare, almeno fin’ora, qualcosa di diverso.”
“Quindi?”
Sammy continua a osservare i suoi occhi.
Quindi, signora Lake, sarebbe logico aspettarsi una reazione diversa.
“Per caso suo marito aveva fatto intendere di avere qualche problema? Magari a lavoro, o con qualcuno?”
“No, niente di cui potessi essere a conoscenza.”
“Nulla dunque che potrebbe far pensare ad un suicidio?”
“Ah, suicidio”. Un sorriso spunta fuori sul suo volto. “No, agente, non credo proprio che Paul sarebbe stato capace di tanto”. La donna continua a guardare verso la finestra. “Paul era un uomo debole, che aveva fatto della mediocrità il suo abito preferito. Non sarebbe mai stato capace di decidere da solo di schiantarsi contro un muro con una macchina. Non sarebbe stato neanche capace di raggiungere la velocità sufficiente a farlo. Immagino che sarà sorpreso dalla mia reazione, una moglie dovrebbe piangere la morte del proprio marito. Ma se posso essere sincera, se davvero Paul ha avuto le palle di andare a sbattere di sua iniziativa contro quel muro, allora potrebbe essere stata la prima decisione saggia della sua vita. Almeno adesso la mia vita potrà andare avanti.”
“Che intende dire?”
La signora Lake sorride di nuovo.
“Io e Paul ci siamo conosciuti molti anni fa. Eravamo giovani e stupidi. Non che non ci volessimo bene, sia chiaro. Ma se non fosse stato per la gravidanza non saremmo rimasti insieme. Ci siamo sposati per quello in fondo. Ci sembrava la scelta più giusta. Solo che nel tempo, le cose si sono come pietrificate. La nostra, anzi le nostre vite… Quando si mette su famiglia, ti dicono sempre che ogni cosa viene accelerata, che non hai più tempo per nulla, di goderti la vita per esempio, di toglierti qualche capriccio, o di fare follie magari. Ma questo succede alle famiglie felici, probabilmente. Quando decidi di impegnarti con qualcuno che non ami, ti rendi conto di avere tutto il tempo del mondo, ma che lo stai sprecando con la persona sbagliata.
La nostra vita è stata un lungo e costante limbo, agente. Forse potrà sembrarle strano sentirmi parlare cosi in questo momento. Ma mi creda, della morte di mio marito non potrebbe fregarmene di meno.”
Ferma la macchina sotto casa sua. A volte resta a dormirci dentro, invece di salire a casa. A volte, va a parcheggiare in qualche posto isolato e se ne sta li tutta la notte.
Prova a chiamare Greg, ma ha il telefono spento. Cosi prova a chiamare Tami, ma anche lei ha preferito dormire. Le aveva promesso che l’avrebbe richiamata, ma lo ha dimenticato.
Questa sera non ha voglia di dormire in macchina. No, è decisamente il caso di andarsene sopra, di infilarsi tra le coperte accoglienti del proprio letto.
Pochi secondi dopo, Moon, la sua gatta, viene a infilarsi accanto a lui.
“Piccola, ti sono mancato?”
Moon si accoccola sotto il suo braccio, miagola e si addormenta.
“Sai che vali molto più di quella squallida signora che ho conosciuto questa sera, piccola?”
Sorride e accarezzandola, si addormenta.
Paul Chapman
-testo di Rumigal
-foto di Marìka Moretti
“Svegliarsi ogni mattina alla stessa ora. Fare colazione in compagnia di tua moglie e portare i bambini a scuola mentre vai a lavoro, nello stesso ufficio, ogni santo giorno, come fosse una punizione del cielo.
Quando cresci sei pieno di speranze, credi di essere speciale.
La verità è che basta poco. Basta veramente poco per finire cosi, a vivere nella routine.
Inizi con il credere di avere tempo. A pensare che avrai anche domani per fare una qualunque cosa di cui ti importi davvero.
Scrivere un libro, provare a sfondare con la tua band, andartene in giro zaino in spalla come in On the Road.
Tutte cose che farai “domani”, perché oggi hai altro da fare.
Finire gli studi, trovare un lavoro, soddisfare le aspettative di chi ti sta intorno. E tu non te ne rendi conto ma è in quel momento che inizia, anzi che è già finita. Quando ciò di cui non ti importa diventa la tua priorità
Perché poi ciò che rimanderai a domani non sarà più il realizzare un sogno.
Sarà l'andare in palestra. Sarà il “Da lunedì sono a dieta!”, sarà lasciare la ragazza che non ami ma con cui stai da troppo tempo.
Ma poi in palestra non ci vai. Non ti metterai a dieta. La tua ragazza rimarrà incinta perché si romperà il preservativo e tu le chiederai di sposarti con un anello da due soldi.
Farai dei figli che saranno più grassi e più stupidi di quanto non fossi tu alla loro età. Indosserai vestiti di seconda mano perché farete un lavoro di merda che vi logorerà l'anima e la carne.
Perderete i capelli e la dignità, sarete sporchi e brutti e sarete incapaci di amare.
Vi sveglierete ogni mattina alla stessa ora per fare colazione con le vostre mogli e portare i bambini a scuola andando a lavoro.
Ma non amerete mai davvero, perché sarete troppo arrabbiati con il destino, con loro, con voi stessi. Non sarete mai felici.
La vostra non sarà vita, sarà un errore.”
La voce della Notte esce dalla radio, nel bar non c'è nessuno che parla. Si sente solo il rumore di qualche bicchiere che sbatte su un tavolo di tanto in tanto.
Dietro il bancone Charlie sta asciugando dei bicchieri con un panno e sembra assorto nei pensieri.
Il locale questa sera è davvero tranquillo.
Paul beve il suo gin liscio pensando che le parole della Notte, il conduttore di “Borderline”, sembrano proprio rivolte a lui.
In fondo, se si trova qui non è proprio perché ad un certo punto della sua vita le priorità sono diventate l'arrivare a fine mese senza spararsi?
Cazzo è vero non è vita questa. Chiamala errore, chiamala come cazzo ti pare, ma non è vita.
Il gin scorre come fiamma viva lungo l'esofago. Ne ha già presi due.
Il fatto è che tra il momento in cui sei il padrone del mondo e quello in cui ti fai 3 gin lisci da solo aspettando il tizio che deve ammazzarti il tempo passa cosi in fretta da far girare la testa, e Paul questo lo sa fin troppo bene. Non ricorda quando aveva capito di non amare più sua moglie. Ma ricorda quando aveva capito che neanche lei amava più lui.
Era una sera in cui tornando da lavoro, si era fermato a bere proprio qui. Non si era ubriacato, ma aveva fatto tardi parlando con Charlie del più e del meno.
Quando poi era tornato a casa e sua moglie non gli aveva neanche chiesto che fine avesse fatto, aveva capito che la loro “storia” era finita.
Che poi, ascoltando le parole della Notte... se non fosse stato per la gravidanza, che ne sarebbe stato di loro? Due ragazzini stupidi che volevano solo scopare, e che l'avevano presa nel culo, storia banale come tante altre.
L'orologio indica che è mezzanotte.
“3 gin lisci bruciano come l'inferno.”
Paul si volta per guardare l'uomo che si è appena seduto accanto a lui. Occhiali da sole, cappello e cappuccio, il mento appoggiato sopra le mani.
“Solo chi è stato all'inferno può saperlo.”
L'uomo sorride. La risposta di Paul è corretta.
“Vogliamo andare?”
Paul guarda il bicchiere che ha tra le mani. Non si torna indietro, ormai. Finisce l'ultimo sorso.
“Si.”
Camminano velocemente attraverso vicoli bui, lontani da sguardi indiscreti.
Paul segue l'uomo che chiamano Ash e di cui nonostante tutto ha dubitato fino all'ultimo.
“Se sei qui, vuol dire che sai già tutto e cosa ti aspetta. Da domani mattina tu sarai morto. Ci sarà un cadavere irriconoscibile con tracce del tuo DNA quindi nessuno ti verrà a cercare e potrai rifarti una vita.”
Voci su questo tizio giravano da tempo ormai. Se volevi sparire e non avere nessuno che ti rincorresse bastava pagare la giusta cifra e il gioco era fatto. Paul ne aveva sentito parlare a lavoro, un po in giro. Ci aveva messo mesi a trovare le informazioni giuste. E pochi giorni per decidere cosa fare.
Ad un tratto l'uomo si ferma. Paul si guarda attorno. Non sa come, ma sono arrivati al deposito degli autobus, al confine della Città.
“Qui dentro c'è un biglietto che ti porterà abbastanza lontano da farti passare la voglia di tornare indietro, se ti dovesse venire”.
Una borsa nera nascosta dietro una cassa. Paul la prende, la apre.
“Ci sono anche un po di documenti. Non ti preoccupare, sono come veri. Paul Chapman non esiste più.”
L'uomo strappa un po di capelli di Paul. “Dammi la mano, adesso.”
Prende un coltello e fa un lungo taglio. E' parte dell'accordo, Paul lo sa, riesce a non gridare.
“Queste sono le ultime cose che rimarranno di te, Paul. Da questo momento, non dovrai mai più farti vedere in questa Città. Se per sbaglio ti incontro per strada, ti ammazzerò. Tu non conosci il mio volto, ma io conosco il tuo.”
“..Si, va bene.”
Ash si volta per andarsene, dopo aver preso le chiavi della macchina di Paul.
“Grazie”, fa lui, “non hai idea di... di come mi senta” fa Paul, sorridendo, finalmente libero.
“Si, certo.” fa Ash, per poi voltarsi e sparire nel vicolo.
Cammino a testa bassa, questi vicoli li conosco come le mie tasche. Nonostante sia buio come un buco nero, avanzo tranquillamente. Il problema di questo lavoro sono le persone.
Le storie di quelli che richiedono i miei servigi sono sempre le stesse.
Vigliacchi che non hanno le palle di lasciare le proprie mogli o di occuparsi dei figli che hanno messo al mondo.
Arrivo alla macchina, una punto rossa. La targa è quella.
Da quando ho iniziato mi sono occupato di una ventina di persone. Ma non ricordo quasi nessuno di loro. Dico sempre che conosco i loro volti, ma la verità è che già non saprei più riconoscere Paul Chapman neanche se lo vedessi adesso.
Sono troppo vigliacchi per tornare indietro, e questo basta.
Accendo la radio, metto in moto.
Ripenso alle parole della Notte. Adatte a tutti i miei clienti, no?
Ognuno di loro pensa di essere speciale, eppure valgono ancora meno di questo barbone morto.
Il cadavere che ho recuperato ieri. Un barbone senza nome, potrebbe essere morto di freddo, di cirrosi, o di tristezza.
Il trucco è questo. Recuperare un cadavere di cui nessuno si occuperà, distruggerlo con il fuoco e lasciare qualche traccia di DNA. Il fatto che il padrone della macchina sia stato visto bere 3 gin lisci e se ne sia poi andato da solo non desta molti sospetti.
Di questi tempi ubriacarsi fino a morire non è più tanto strano.
Sono veramente tempi del cazzo, quelli che stiamo vivendo.
La macchina va a schiantarsi contro il muro che circonda la fabbrica abbandonata e prende fuoco.
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