"Distruggo le loro anime sacrificando cadaveri nel fuoco. Sono sempre convinti che sono l'uomo venuto a salvarli. Ma si sbagliano. Io sono l'uomo venuto a condannarli."
Burn!!!
foto di Komno Photografy
lunedì 24 marzo 2014
Figure sullo sfondo
-testo di Rumigal
Sammy guarda il piccione in mezzo alla strada. Quando era piccolo sua madre gli aveva raccontato di una sua amica che si era ammalata per via degli escrementi dei piccioni.
Cosi ne aveva sempre avuto paura.
“Sammy, ma che diavolo fai?”
Il vocione di Greg lo richiama al mondo. Si avvicina lentamente e grida all’improvviso. Il piccione vola via.
“Allora, cosa abbiamo qui? Il solito?”
Qualunque sia la scena su cui si trovano, Greg dice sempre questa frase. Sembra che per lui nulla sia mai diverso dal “solito”.
Pero’ in questo caso non ha tutti i torti. Dalla macchina esce ancora del fumo. Ha preso fuoco dopo essere uscita fuori strada ed essersi schiantata contro il muro che circonda la vecchia fabbrica abbandonata. Il corpo del conducente, irriconoscibile.
“Sappiamo già chi è?”, fa Sammy, mentre guarda la fila di giornalisti accalcati oltre le transenne.
“Si, per fortuna sono riusciti a spegnere l’incendio in tempo, e hanno recuperato la targa. Paul Chapman, lavorava presso un’assicurazione. Sposato, niente figli. Non pare avesse mai manifestato tendenze suicide, o depressione. Insomma, sembra sia la solita storia.”
Sammy guarda il lungo muro che corre parallelo alla strada, pieno di scritte, crepe e segni dei vecchi incidenti.
“E dunque con questo siamo a…”
“...15”, finisce Sammy.
Greg getta il bicchiere di caffè a terra. “Gesù, quindici. Ma che cazzo. Si puo’ sapere che diavolo sta succedendo a questa Città? E’ possibile che non abbiano di meglio da fare che venire a piantarsi contro questo muro?”
“Ognuno passa il tempo come puo”.
“Ehy, detective, dacci qualcosa!”.
Sammy si volta verso i giornalisti e i curiosi. Riconosce la voce. Jaimie Russel. Si occupa di questa storia sin dall’inizio ed è stato il primo a chiedersi se non fosse il caso di iniziare ad indagare più a fondo.
“E cosa dovrei dirvi? Sembra il solito incidente, purtroppo. La macchina era intestata ad un uomo chiamato Paul Chapman. Stiamo avvertendo la moglie.”
Jaimie sorride e si allontana velocemente, mentre Sammy torna a guardare le macchie sul muro.
Da questa strada non passa più nessuno da quando la fabbrica è stata abbandonata nel 1990. Era usata principalmente dagli operai che venivano a lavorare qui, e dopo non avrebbe avuto senso usarla.
Il colpo inferto alla Città era stato tremendo. Certo, si sapeva da tempo che la fabbrica avrebbe chiuso, quindi fortunatamente era stato fatto tutto il possibile per attutirne gli effetti. Ma per alcune famiglie le conseguenze erano state comunque disastrose. Gente che aveva perso molto, per ottenere poco. Anche il padre di Sammy aveva lavorato li per anni per ritrovarsi nella merda come tutti.
Il fatto è che non è il posto scelto per venire a schiantarsi il problema. Posto isolato, intimo. Dove magari venire a farla finita dopo aver bevuto tutta la sera.
Ma è impossibile non pensare che ci sia qualcosa dietro. Le coincidenze esistono, certo. Ma quindici coincidenze sarebbero troppe per chiunque.
“Russel è già scappato. Probabilmente andrà dritto dalla moglie di Chapman”, dice Greg ridacchiando.
Sammy lo guarda e sorride a sua volta.
Un’altra delle cose bizzarre dei casi della Strada del Fuoco, come i giornalisti li avevano ribattezzati, sono le reazioni delle mogli o dei figli.
Pensi che la morte di un marito o di un padre per combustione possa scuotere i familiari.
Invece la maggior parte delle volte sembrano più infastiditi dalla situazione. Greg dice che non c’è da sorprendersi se a qualcuno viene voglia di darsi fuoco.
“Se mia moglie fosse frigida la metà di quelle donne, mi darei fuoco anche io”
E non ha tutti i torti. Le loro vite sembrano tutte uguali, delle fotocopie. Esistenze mediocri, senza via di fuga. Lavori normali, pochi hobby se non nessuno, pochi amici. Figure sullo sfondo insomma. Chi ne sentirà la mancanza?
“Direi che qui abbiamo poco da fare. Io me ne torno a casa”, fa Greg sbadigliando.
“Si, tranquillo. Io faccio un salto dalla moglie di Chapman.”
“Eh eh, vai, e fammi sapere se per una volta abbiamo una moglie che si strappa i capelli all’idea di seppellire il marito carbonizzato”.
Il bello di guidare di notte è che le distanze sono come diluite. Attraversare la Città in un battito di ciglia, come il cambio di scena in un film. Non doversi preoccupare del traffico, o delle distanze. Dei semafori, degli incroci. Solo di notte puoi apprezzarle, queste strade, riflettere sulla loro struttura apparentemente disordinata, trovare invece un ordine in quello che durante il giorno sembra solamente un caos senza fine.
Vede dei ragazzi seduti su una panchina, delle bottiglie poggiate a terra. Osserva le luci dietro una finestra di un palazzo spegnersi. Un uomo scende chiude la portiera di una macchina e va verso un portone.
Poi arriva all’indirizzo di Chapman. Resta qualche minuto in macchina, prima di andare da lei. Inizia ad avere sonno. Per fortuna non ci vorrà molto.
“Di preciso, agente, perché è qui?”
La signora Chapman è bella. Si porta dannatamente bene i suoi 43 anni. Ha uno sguardo severo, e non solo perché questa notte sarebbe potuta andare diversamente. Mani curate, di chi non le usa certo per lavorare. Ha specificato il suo nome da nubile, nel momento in cui Sammy si è presentato.
“Mi è stato detto che Paul è morto in un incidente, sulla Strada del Fuoco. Quindi cosa dovrei dirle?”
Sammy la osserva per qualche secondo, cercando di capire come sia possibile una reazione del genere, anche se dopotutto non dovrebbe più essere sorpreso.
“Quello di cui è stato vittima suo marito sembra essere identico agli altri incidenti. Niente sembra indicare, almeno fin’ora, qualcosa di diverso.”
“Quindi?”
Sammy continua a osservare i suoi occhi.
Quindi, signora Lake, sarebbe logico aspettarsi una reazione diversa.
“Per caso suo marito aveva fatto intendere di avere qualche problema? Magari a lavoro, o con qualcuno?”
“No, niente di cui potessi essere a conoscenza.”
“Nulla dunque che potrebbe far pensare ad un suicidio?”
“Ah, suicidio”. Un sorriso spunta fuori sul suo volto. “No, agente, non credo proprio che Paul sarebbe stato capace di tanto”. La donna continua a guardare verso la finestra. “Paul era un uomo debole, che aveva fatto della mediocrità il suo abito preferito. Non sarebbe mai stato capace di decidere da solo di schiantarsi contro un muro con una macchina. Non sarebbe stato neanche capace di raggiungere la velocità sufficiente a farlo. Immagino che sarà sorpreso dalla mia reazione, una moglie dovrebbe piangere la morte del proprio marito. Ma se posso essere sincera, se davvero Paul ha avuto le palle di andare a sbattere di sua iniziativa contro quel muro, allora potrebbe essere stata la prima decisione saggia della sua vita. Almeno adesso la mia vita potrà andare avanti.”
“Che intende dire?”
La signora Lake sorride di nuovo.
“Io e Paul ci siamo conosciuti molti anni fa. Eravamo giovani e stupidi. Non che non ci volessimo bene, sia chiaro. Ma se non fosse stato per la gravidanza non saremmo rimasti insieme. Ci siamo sposati per quello in fondo. Ci sembrava la scelta più giusta. Solo che nel tempo, le cose si sono come pietrificate. La nostra, anzi le nostre vite… Quando si mette su famiglia, ti dicono sempre che ogni cosa viene accelerata, che non hai più tempo per nulla, di goderti la vita per esempio, di toglierti qualche capriccio, o di fare follie magari. Ma questo succede alle famiglie felici, probabilmente. Quando decidi di impegnarti con qualcuno che non ami, ti rendi conto di avere tutto il tempo del mondo, ma che lo stai sprecando con la persona sbagliata.
La nostra vita è stata un lungo e costante limbo, agente. Forse potrà sembrarle strano sentirmi parlare cosi in questo momento. Ma mi creda, della morte di mio marito non potrebbe fregarmene di meno.”
Ferma la macchina sotto casa sua. A volte resta a dormirci dentro, invece di salire a casa. A volte, va a parcheggiare in qualche posto isolato e se ne sta li tutta la notte.
Prova a chiamare Greg, ma ha il telefono spento. Cosi prova a chiamare Tami, ma anche lei ha preferito dormire. Le aveva promesso che l’avrebbe richiamata, ma lo ha dimenticato.
Questa sera non ha voglia di dormire in macchina. No, è decisamente il caso di andarsene sopra, di infilarsi tra le coperte accoglienti del proprio letto.
Pochi secondi dopo, Moon, la sua gatta, viene a infilarsi accanto a lui.
“Piccola, ti sono mancato?”
Moon si accoccola sotto il suo braccio, miagola e si addormenta.
“Sai che vali molto più di quella squallida signora che ho conosciuto questa sera, piccola?”
Sorride e accarezzandola, si addormenta.
Paul Chapman
-testo di Rumigal
-foto di Marìka Moretti
“Svegliarsi ogni mattina alla stessa ora. Fare colazione in compagnia di tua moglie e portare i bambini a scuola mentre vai a lavoro, nello stesso ufficio, ogni santo giorno, come fosse una punizione del cielo.
Quando cresci sei pieno di speranze, credi di essere speciale.
La verità è che basta poco. Basta veramente poco per finire cosi, a vivere nella routine.
Inizi con il credere di avere tempo. A pensare che avrai anche domani per fare una qualunque cosa di cui ti importi davvero.
Scrivere un libro, provare a sfondare con la tua band, andartene in giro zaino in spalla come in On the Road.
Tutte cose che farai “domani”, perché oggi hai altro da fare.
Finire gli studi, trovare un lavoro, soddisfare le aspettative di chi ti sta intorno. E tu non te ne rendi conto ma è in quel momento che inizia, anzi che è già finita. Quando ciò di cui non ti importa diventa la tua priorità
Perché poi ciò che rimanderai a domani non sarà più il realizzare un sogno.
Sarà l'andare in palestra. Sarà il “Da lunedì sono a dieta!”, sarà lasciare la ragazza che non ami ma con cui stai da troppo tempo.
Ma poi in palestra non ci vai. Non ti metterai a dieta. La tua ragazza rimarrà incinta perché si romperà il preservativo e tu le chiederai di sposarti con un anello da due soldi.
Farai dei figli che saranno più grassi e più stupidi di quanto non fossi tu alla loro età. Indosserai vestiti di seconda mano perché farete un lavoro di merda che vi logorerà l'anima e la carne.
Perderete i capelli e la dignità, sarete sporchi e brutti e sarete incapaci di amare.
Vi sveglierete ogni mattina alla stessa ora per fare colazione con le vostre mogli e portare i bambini a scuola andando a lavoro.
Ma non amerete mai davvero, perché sarete troppo arrabbiati con il destino, con loro, con voi stessi. Non sarete mai felici.
La vostra non sarà vita, sarà un errore.”
La voce della Notte esce dalla radio, nel bar non c'è nessuno che parla. Si sente solo il rumore di qualche bicchiere che sbatte su un tavolo di tanto in tanto.
Dietro il bancone Charlie sta asciugando dei bicchieri con un panno e sembra assorto nei pensieri.
Il locale questa sera è davvero tranquillo.
Paul beve il suo gin liscio pensando che le parole della Notte, il conduttore di “Borderline”, sembrano proprio rivolte a lui.
In fondo, se si trova qui non è proprio perché ad un certo punto della sua vita le priorità sono diventate l'arrivare a fine mese senza spararsi?
Cazzo è vero non è vita questa. Chiamala errore, chiamala come cazzo ti pare, ma non è vita.
Il gin scorre come fiamma viva lungo l'esofago. Ne ha già presi due.
Il fatto è che tra il momento in cui sei il padrone del mondo e quello in cui ti fai 3 gin lisci da solo aspettando il tizio che deve ammazzarti il tempo passa cosi in fretta da far girare la testa, e Paul questo lo sa fin troppo bene. Non ricorda quando aveva capito di non amare più sua moglie. Ma ricorda quando aveva capito che neanche lei amava più lui.
Era una sera in cui tornando da lavoro, si era fermato a bere proprio qui. Non si era ubriacato, ma aveva fatto tardi parlando con Charlie del più e del meno.
Quando poi era tornato a casa e sua moglie non gli aveva neanche chiesto che fine avesse fatto, aveva capito che la loro “storia” era finita.
Che poi, ascoltando le parole della Notte... se non fosse stato per la gravidanza, che ne sarebbe stato di loro? Due ragazzini stupidi che volevano solo scopare, e che l'avevano presa nel culo, storia banale come tante altre.
L'orologio indica che è mezzanotte.
“3 gin lisci bruciano come l'inferno.”
Paul si volta per guardare l'uomo che si è appena seduto accanto a lui. Occhiali da sole, cappello e cappuccio, il mento appoggiato sopra le mani.
“Solo chi è stato all'inferno può saperlo.”
L'uomo sorride. La risposta di Paul è corretta.
“Vogliamo andare?”
Paul guarda il bicchiere che ha tra le mani. Non si torna indietro, ormai. Finisce l'ultimo sorso.
“Si.”
Camminano velocemente attraverso vicoli bui, lontani da sguardi indiscreti.
Paul segue l'uomo che chiamano Ash e di cui nonostante tutto ha dubitato fino all'ultimo.
“Se sei qui, vuol dire che sai già tutto e cosa ti aspetta. Da domani mattina tu sarai morto. Ci sarà un cadavere irriconoscibile con tracce del tuo DNA quindi nessuno ti verrà a cercare e potrai rifarti una vita.”
Voci su questo tizio giravano da tempo ormai. Se volevi sparire e non avere nessuno che ti rincorresse bastava pagare la giusta cifra e il gioco era fatto. Paul ne aveva sentito parlare a lavoro, un po in giro. Ci aveva messo mesi a trovare le informazioni giuste. E pochi giorni per decidere cosa fare.
Ad un tratto l'uomo si ferma. Paul si guarda attorno. Non sa come, ma sono arrivati al deposito degli autobus, al confine della Città.
“Qui dentro c'è un biglietto che ti porterà abbastanza lontano da farti passare la voglia di tornare indietro, se ti dovesse venire”.
Una borsa nera nascosta dietro una cassa. Paul la prende, la apre.
“Ci sono anche un po di documenti. Non ti preoccupare, sono come veri. Paul Chapman non esiste più.”
L'uomo strappa un po di capelli di Paul. “Dammi la mano, adesso.”
Prende un coltello e fa un lungo taglio. E' parte dell'accordo, Paul lo sa, riesce a non gridare.
“Queste sono le ultime cose che rimarranno di te, Paul. Da questo momento, non dovrai mai più farti vedere in questa Città. Se per sbaglio ti incontro per strada, ti ammazzerò. Tu non conosci il mio volto, ma io conosco il tuo.”
“..Si, va bene.”
Ash si volta per andarsene, dopo aver preso le chiavi della macchina di Paul.
“Grazie”, fa lui, “non hai idea di... di come mi senta” fa Paul, sorridendo, finalmente libero.
“Si, certo.” fa Ash, per poi voltarsi e sparire nel vicolo.
Cammino a testa bassa, questi vicoli li conosco come le mie tasche. Nonostante sia buio come un buco nero, avanzo tranquillamente. Il problema di questo lavoro sono le persone.
Le storie di quelli che richiedono i miei servigi sono sempre le stesse.
Vigliacchi che non hanno le palle di lasciare le proprie mogli o di occuparsi dei figli che hanno messo al mondo.
Arrivo alla macchina, una punto rossa. La targa è quella.
Da quando ho iniziato mi sono occupato di una ventina di persone. Ma non ricordo quasi nessuno di loro. Dico sempre che conosco i loro volti, ma la verità è che già non saprei più riconoscere Paul Chapman neanche se lo vedessi adesso.
Sono troppo vigliacchi per tornare indietro, e questo basta.
Accendo la radio, metto in moto.
Ripenso alle parole della Notte. Adatte a tutti i miei clienti, no?
Ognuno di loro pensa di essere speciale, eppure valgono ancora meno di questo barbone morto.
Il cadavere che ho recuperato ieri. Un barbone senza nome, potrebbe essere morto di freddo, di cirrosi, o di tristezza.
Il trucco è questo. Recuperare un cadavere di cui nessuno si occuperà, distruggerlo con il fuoco e lasciare qualche traccia di DNA. Il fatto che il padrone della macchina sia stato visto bere 3 gin lisci e se ne sia poi andato da solo non desta molti sospetti.
Di questi tempi ubriacarsi fino a morire non è più tanto strano.
Sono veramente tempi del cazzo, quelli che stiamo vivendo.
La macchina va a schiantarsi contro il muro che circonda la fabbrica abbandonata e prende fuoco.
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