"Distruggo le loro anime sacrificando cadaveri nel fuoco. Sono sempre convinti che sono l'uomo venuto a salvarli. Ma si sbagliano. Io sono l'uomo venuto a condannarli."
Burn!!!
foto di Komno Photografy
mercoledì 16 aprile 2014
Old Matthew's leaving
-Testo di Rumigal
-Foto di copertina di Komno Photografy
Succede, quando si è vecchi, che gli addii si fanno più struggenti. Quando si è giovani dopotutto c'è sempre il tempo di rivedersi. Quando si è giovani il mondo è piccolo.
Quando si raggiunge la mia età invece, il rapporto con il futuro, con il tuo futuro, quando smette di essere un concetto astratto fatto di possibilità, per diventare qualcosa di molto concreto, fatto di giorni e non più di anni, ecco questo rapporto cambia.
Inizi a dare più importanza agli addii, perché diventano sinceri. Quando qualcuno va via e quando magari se ne va lontano, beh... sai che difficilmente lo rivedrai.
Per esempio, quando ero piccolo, ricordo lo sguardo di mia nonna, quando qualcuno moriva. Che fosse un parente, o qualcuno che neanche conosceva, aveva questi occhi pieni di lacrime, la voce rotta. E mi sembrava esagerato, ad essere onesti. Sono dovuto invecchiare per capire cosa si nascondeva dietro quelle lacrime.
Stamattina, quando mi sono svegliato, pensando che sarebbe stato il mio ultimo giorno in questa Città, ti confesso che ho pianto. Non che ci abbia ripensato, eh, non si tratta di questo. Non sarei qui altrimenti, e di sicuro non starei bevendo questo schifosissimo Gin.
E' che sono un vecchio, tutto qua. E so che non la rivedrò mai più, questa vecchia Città.
"Le persone che aiuto ad andar via da qui, beh...", fa l'uomo incappucciato.
Non sono come me, eh? Vuoi dire questo? Immagino tu abbia ragione. Chi altri farebbe ciò che ho deciso di fare a più di 70 anni?
Ma sono stanco di essere considerato come un vecchio. Per carità, non sono uno di quelli che pensano che la vita inizi con la terza età. Puttanate.
Mi riferisco al modo in cui i tuoi figli iniziano a considerarti dopo un certo punto. Come se tu non potessi più farcela da solo. Allora iniziano a voler fare qualcosa per te. Iniziano a dirti che forse non è il caso di continuare ad abitare da solo.
"E tua moglie?"
Oh, mia moglie, Helen, è morta sei anni fa. Tumore alle ossa. Una cosa terribile, davvero. Ha sofferto più di quanto chiunque meriterebbe, te lo assicuro. E di sicuro, lei non lo meritava. Immagino che sia stato questo a cambiarmi, a farmi pensare credo. I miei figli hanno deciso che non potessi più stare solo, mentre io ho iniziato a pensare che la solitudine a volte è l'unica cosa sensata per gli esseri umani. Probabilmente pensano che io sia impazzito. Ma te lo assicuro, non è questo. Come ti dicevo prima, quando ti fai vecchio, gli addii si fanno più struggenti. E niente lo è stato più che dire addio a Helen, che è morta tra le mie braccia.
Gli ultimi anni li ho passati cosi, a vedere le persone intorno a me andare sempre di fretta per cose la cui importanza continuava a sfuggirmi. Succede quando conosci la sofferenza, di vedere il tempo rallentare, e sono sicuro che tu ne sappia qualcosa, altrimenti non faresti questo strano lavoro, no?... non rispondi, ma non serve, non ti preoccupare. Dopotutto non mi importa neanche. Non ci vedremo più, e neanche ti conosco. Mi interessa solo sapere che da domani nessuno mi cercherà più e potrò vivere questi pochi anni che mi restano senza dover essere considerato un incapace da chi mi circonda. Almeno questo.
E i miei figli potranno tranquillamente smetterla di preoccuparsi per me. Quando Helen è morta non ci hanno messo molto ad andare avanti con le loro vite. Siamo stati bravi genitori, non ho dubbi su questo... ma immagino che per un figlio, per quanto possa essere attaccato ad un genitore, sia normale vederlo morire. E anche per un vecchio come me dovrebbe esserlo ma...bah, il Gin è finito. Sono tre bicchieri no, la regola è questa?
"Si."
Allora possiamo anche andare. Ho parlato a sufficienza.
E' ora di dire addio a questa vecchia Città, adesso.
martedì 8 aprile 2014
Nothing/Everything
-testo di Rumigal
-foto di Komno Photografy
E' questo il momento in cui tutto mi scorre davanti, come fosse un film. Cristo, questo è il momento in cui sto per morire e rivedo tutto.
L'autobus è appena arrivato. Ho i biglietti in mano e i documenti che mi ha dato l'uomo incappucciato. Sulla carta di identità c'è il mio nuovo nome.
"Dylan Medley"
Non mi piace molto a dir la verità. Sembra un nome da telenovela. Ma immagino che a questo punto non ci sia molto di cui lamentarsi.
Non mi resta che salire sull'autobus, che mi porterà lontano da questa Città, che mi porterà dove le cose saranno migliori.
Ma di che cazzo sto parlando, in fondo? L'ho capito appena l'uomo incappucciato si è seduto accanto a me. Era tutta una gigantesca cazzata, quello che stavo facendo. Però arrivi ad un punto in cui le cose sono talmente incasinate che cercare di aggiustarle è una cazzata cosi come il fuggire via.
Devi solo scegliere la strada che ti fa un po meno schifo. E conviverci. Come adesso. Sedersi su questo autobus e osservare la Città di notte, ripensare a ciò che ho deciso di abbandonare per sempre, di cancellare.
Credo che a volte però le cose siano più semplici, se si cambia punto di vista.
Dopotutto, se le cose che sto lasciando fossero più importanti, fossero migliori, non le lascerei, no?
E' come una specie di sacrificio. Bruciare il mio passato per la promessa di un futuro migliore.
Le porte dell'autobus si chiudono. Partiamo.
Mi sembra di essere solo un sasso gettato in un fiume.
Guardo la foto di mia figlia, l'unica cosa da cui non sono riuscito a staccarmi. Da quando io e mia moglie abbiamo divorziato non la vedo quasi più. E quando sono piccoli, hanno bisogno di vederti, i bambini, di sentirti. Perché non capiscono cosa succede. Cazzo, non lo capiamo neanche noi in fondo.
Oggi, prima di uscire, ho cercato di scriverle qualcosa. Una lettera, che magari un giorno avrebbe potuto fungere da risposta a quelle domande che sicuramente avrà.
Ma è per lei che sto andando via. Lei non dovrà crescere con un uomo che a quarantacinque anni ancora non ha trovato il proprio posto nel mondo.
Mike mi diceva sempre di quanto fossi fortunato ad essere cresciuto senza genitori. Considerando che la maggior parte dei genitori che conoscevamo, compresi i suoi, erano dei nevrotici che rovinavano la vita ai figli, mi ripeteva sempre che mi invidiava.
"Tu almeno potrai decidere che cazzo fare della tua vita, senza che nessuno ti imponga una strada piuttosto che un'altra. Mio padre, sai che mi ha detto? Che posso anche dimenticarmi di andare all'università. Si è già messo d'accordo con il suo capo. Appena finirò il liceo, ho già un lavoro assicurato presso la sua agenzia immobiliare."
Mike l'ho anche rivisto, qualche settimana fa. Cristo, è ingrassato di almeno duemila chili. Dice che è lo stress.
"Tu invece come te la passi? Non sei cambiato per niente, sai?"
Mi è venuto da ridere. E' vero. Non sono cambiato neanche un po. Sono esattamente com'ero a 18 anni. Che poi è questo il motivo per cui Veronica, la mia ex-moglie, è andata via, portandosi via nostra figlia. Diceva che non ero in grado di crescere una figlia, se io stesso ero solo un bambino nel corpo di un adulto.
Ci è voluto molto per accettare che avesse ragione. Dio, se l'ho odiata. L'ho odiata da morire. E poi ho capito che in fondo aveva ragione. Starmene a casa da solo, quando tornavo da un lavoro che mi era capitato per le mani uscito da una università che avevo scelto perché era vicino a dove abitavo, ecco, mi dava molto tempo per ripensare a tutto.
Quanto cazzo poteva fregarmene in fondo? Mi sembrava tutto cosi uguale, all'epoca. Scegliere un'università piuttosto che un'altra, o magari iniziare a lavorare come Mike. Che differenza poteva fare?
E quando Veronica è rimasta incinta, dopo il matrimonio, ho pensato, ho sperato che potesse cambiare qualcosa. Ci ho davvero sperato, piccola. Ma non è cambiato niente.
Non è cambiato assolutamente niente.
martedì 1 aprile 2014
Compromessi
-foto di Marìka Moretti
Oggi sono andato a prendere mio figlio a scuola. Per tutto il viaggio di ritorno in macchina non ci siamo scambiati una sola parola. Credo che lui abbia parlato di qualcosa, in realtà. Ma non ho sentito niente. Avrei voluto dirgli che quello sarebbe stato il nostro ultimo viaggio in macchina padre e figlio visto che da questa sera morirò.
Un bicchiere di Gin, grazie.
Quando avevo ventidue anni, e finalmente riuscii ad andar via dall'Università che i miei mi avevano costretto a seguire, ero convinto che avrei finalmente potuto assaggiare la libertà che credevo mi fosse stata rubata per troppo tempo.
Mio padre mi diceva sempre che prima di essere persone siamo cittadini, e che il nostro compito è dunque migliorarci nell'interesse della comunità.
Stronzate.
Che senso ha annullarsi totalmente per un qualcosa che in fondo di te non ha davvero bisogno?
Sono sempre stato un tipo ribelle, non mi è mai piaciuta l'idea di finire nella massa di falliti che riempiono questa Città.
Ma le cose ti sfuggono di mano. Credi di avere potere su quello che succede, ma la realtà dei fatti è come bere questo bicchiere di Gin. Ti viene da vomitare quando ormai lo hai già buttato giù.
Ecco, finisci l'Università, finalmente ti senti pronto a vivere il sogno, ad essere libero. Nessuno che deve più costringerti a seguire una strada piuttosto che un'altra. Ci sei tu, e il mondo. Ma poi capisci che di sogni non si vive. Hai bisogno di soldi. E scendi a compromessi con la vita, la stessa vita che per pochi secondi di pura pazzia hai pensato di poterti lasciare alle spalle. Sono i compromessi che ci fregano sempre, ma lo capiamo quando ormai stiamo pagando un mutuo per una casa di cui non riconosciamo l'odore.
Quando ci penso, mi sembra che tra i ventidue anni e i trentacinque che ho adesso, sia passato solo un secondo. Eppure ne ho fatte di cose. Sono riuscito a trovare un buon lavoro, ho una bella casa in centro dove vivo con mia moglie e mio figlio Alfred.
Alfred, come mio padre. Ironia? Debolezza? Che ne so. Un'altra di quelle cose che sembrano essere accadute nel secondo passato tra i ventidue e i trentacinque anni. So che adesso mio figlio ha lo stesso nome del compromesso più grande della mia vita. Quello con mio padre. Ma non saprei come è stato possibile arrivare a questo.
Prendo questo secondo bicchiere di Gin e non riesco a sentirmi in colpa. Da domani io sarò morto. Andrò via da questa Città e mio figlio avrà una tomba su cui piangere quel fallito di suo padre. Sempre meglio che dovermi guardare in faccia ogni giorno per il resto della sua vita. E mio padre... Continuerà a vivere pensando che suo figlio è morto andando a sbattere contro un muro dopo essersi ubriacato. E lo so, sono sicuro che una parte dentro di lui capirà che è colpa sua, delle sue pressioni, delle sue ambizioni per me. Hai visto dove mi hanno portato, brutto pezzo di merda?
Dammi un altro bicchiere. Dammi il terzo bicchiere di Gin, che poi vado via, finalmente sarò libero!
Mio padre mi diceva sempre che prima di essere persone siamo cittadini, e che il nostro compito è dunque migliorarci nell'interesse della comunità.
Stronzate.
Che senso ha annullarsi totalmente per un qualcosa che in fondo di te non ha davvero bisogno?
Sono sempre stato un tipo ribelle, non mi è mai piaciuta l'idea di finire nella massa di falliti che riempiono questa Città.
Ma le cose ti sfuggono di mano. Credi di avere potere su quello che succede, ma la realtà dei fatti è come bere questo bicchiere di Gin. Ti viene da vomitare quando ormai lo hai già buttato giù.
Ecco, finisci l'Università, finalmente ti senti pronto a vivere il sogno, ad essere libero. Nessuno che deve più costringerti a seguire una strada piuttosto che un'altra. Ci sei tu, e il mondo. Ma poi capisci che di sogni non si vive. Hai bisogno di soldi. E scendi a compromessi con la vita, la stessa vita che per pochi secondi di pura pazzia hai pensato di poterti lasciare alle spalle. Sono i compromessi che ci fregano sempre, ma lo capiamo quando ormai stiamo pagando un mutuo per una casa di cui non riconosciamo l'odore.
Quando ci penso, mi sembra che tra i ventidue anni e i trentacinque che ho adesso, sia passato solo un secondo. Eppure ne ho fatte di cose. Sono riuscito a trovare un buon lavoro, ho una bella casa in centro dove vivo con mia moglie e mio figlio Alfred.
Alfred, come mio padre. Ironia? Debolezza? Che ne so. Un'altra di quelle cose che sembrano essere accadute nel secondo passato tra i ventidue e i trentacinque anni. So che adesso mio figlio ha lo stesso nome del compromesso più grande della mia vita. Quello con mio padre. Ma non saprei come è stato possibile arrivare a questo.
Prendo questo secondo bicchiere di Gin e non riesco a sentirmi in colpa. Da domani io sarò morto. Andrò via da questa Città e mio figlio avrà una tomba su cui piangere quel fallito di suo padre. Sempre meglio che dovermi guardare in faccia ogni giorno per il resto della sua vita. E mio padre... Continuerà a vivere pensando che suo figlio è morto andando a sbattere contro un muro dopo essersi ubriacato. E lo so, sono sicuro che una parte dentro di lui capirà che è colpa sua, delle sue pressioni, delle sue ambizioni per me. Hai visto dove mi hanno portato, brutto pezzo di merda?
Dammi un altro bicchiere. Dammi il terzo bicchiere di Gin, che poi vado via, finalmente sarò libero!
"3 gin lisci bruciano come l'inferno".
La voce mi richiama in questo bar. Per alcuni secondi mi sembra quasi di essere lontano da qui, lontano da ciò che sto per fare. Non so dire quanto i tre Gin influiscano su questa sensazione.
So cosa devo dire.
"Solo chi è stato all'inferno può saperlo"
La voce credo mi esca impastata. L'uomo accanto a me, incappucciato e con occhiali scuri, si alza e mi fa cenno di seguirlo.
I nostri passi rimbombano attraverso l'oscurità di questi vicoli. Gli edifici sembrano non avere fine, e coprono tutto.
L'uomo incappucciato mi parla, mentre cammina velocemente. Capisco la meta di quello che dice. Alfred avrebbe paura a stare qui, penso per qualche istante, prima di rendermi conto che siamo arrivati al terminal degli autobus.
”Conosco il tuo volto, ma tu non conosci il mio. Se ti rivedo per queste strade, ti ammazzo."
Come...? Mi viene da dire.
Ho una borsa in mano. Dentro ci sono dei documenti, un biglietto.
Guardo l'autobus fermo, pronto a partire. L'uomo incappucciato va via.
Come sono arrivato qui?
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